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La Cripta dei Cappuccini, tra sacro e inquietante

- Maggio 6, 2023

Vicino alla fontana del Tritone di Bernini e piazza Barberini è possibile trovare uno dei luoghi più misteriosi e inquietanti presenti a Roma: la Cripta dei Cappuccini.

E’ ubicata all’interno della chiesa di Santa Maria dell’Immacolata Concezione, annessa a un convento dei Cappuccini.

Quest’ultimo si trovava inizialmente in una zona di campagna, sotto il pontificato di papa Urbano VIII nella prima metà del 1600. Venne abbattuto nel 1800 per progettare la nuova veste di via Veneto e si salvarono solo la Chiesa e la Cripta sottostante.

Trasferendosi, i Frati portarono con sé anche i confratelli riesumati. In seguito accolsero anche i resti dei poveri della città, sistemati sotto la Cappella in cui si dice messa.

Cripta dei Cappuccini: un alone di mistero in via Veneto

Molti ricorderanno via Veneto per il film La dolce vita di Federico Fellini. Tuttavia per gli amanti del mistero in questa via è presente un lungo enigmatico da visitare assolutamente.

Parliamo appunto della Cripta dei Cappuccini. Decisamente diversa da tutte le altre Cripte presenti nelle varie chiese romane, vista la particolarità con cui è stata costruita.

Si tratta, infatti, di un vero e proprio monumento funebre ed è unico al mondo. Scendete le scale che portano ai sotterranei e preparatevi ad affrontare l’ingresso e poi le 5 piccole Cappelle.

Quando si arriva all’ingresso della Cripta si è accolti dalla seguente frase: Quello che voi siete noi eravamo, quello che noi siamo voi sarete: un memento mori in uso in quel periodo.

I sotterranei della chiesa, fin dalla fine del 1500, furono usati dai Cappuccini come luogo per la sepoltura delle spoglie dei confratelli morti.

Nel corso degli anni, come si può immaginare, in questa Cripta si accumularono un enorme quantitativo di teschi e ossa. 

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Verso la metà del 1700, vista la numerosa quantità dei resti umani, si decise di usarli per decorare gli ambienti della Cripta. Con il risultato di dar vita ad uno scenario alquanto macabro ma allo stesso tempo suggestivo.

Sono fatti di ossa umane lampadari, archi, colonnine e tutti gli altri elementi decorativi. Per realizzare questi complementi d’arredo sacri sono state usate tutte le ossa che compongono il corpo umano, quindi vertebre, peroni, tibie, femori, bacini etc.

Ci sono anche degli scheletri interi, alcuni vestiti con il saio e posti lungo il percorso della cripta, come a dare il benvenuto ai visitatori.

Le ossa, quindi, furono utilizzate per comporre simbologie legate alla Morte e, come vedremo, ogni cappella è stata decorata utilizzando un osso in particolare.

Un mosaico celebrativo della morte

All’interno della Cripta ci sono i resti umani di oltre 3.700 persone, che compongono una sorta di mosaico, la cui peculiarità risiede nel celebrare la Morte.

Il contesto che si è venuto a creare nel corso dei secoli ha un impatto molto forte, anche tra coloro che si proclamano coraggiosi. Trovarsi davanti agli occhi una composizione realizzata con delle ossa umane, un minimo di timore lo provoca sicuramente!

Le cappelle

Se deciderai di visitare questo luogo, il tuo percorso inizierà nella Cripta della Resurrezione. La particolarità di questo tratto sono le volte: esse sono realizzate in stile francese e le decorazioni di questo elemento architettonico sono ricavate da costole e vertebre.

Proseguendo si incontra la Cripta dei Teschi: gli elementi significativi sono una clessidra e cinque scheletri vestiti. La clessidra è alata e da un punto di vista simbolico rappresenta il breve tempo terreno concesso all’essere umano.

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Sotto di essa sono collocati cinque scheletri. Tre di loro sono in una posizione in cui sembra che, nello stesso tempo, stiano pregando e camminando, mentre gli altri due sono posizionati sdraiati all’interno delle nicchie.

La vita, secondo questa composizione, è un cammino costante che deve avvenire nella preghiera, prima che arrivi la Morte.

La Cripta dei Cappuccini
Credits – I tre piccoli scheletri al centro sembra siano quelli dei pronipoti di papa Urbano VIII Barberini.

L’omaggio ai Barberini

In questa Cripta è stato realizzato un omaggio alla famiglia Barberini (Antonio Barberini, ex Cappuccino prima di diventare Cardinale, era il fratello di Papa Urbano VIII, ed è tuttora sepolto di fronte all’altare maggiore).

Vi è un ovale posto sul soffitto al centro della stanza in cui è stato sepolto lo scheletro della “principessa Barberini”, che stringe una falce e una bilancia realizzate sempre con ossa umane.

La Cripta dei Cappuccini
Credits – Fra le mani una falce e una bilancia create con ossa, simbolo dell’inesorabilità della Morte e dell’equità nel Giudizio Finale.

C’è anche un grande orologio, che ha una sola “lancetta”, a simboleggiare la fragilità dell’esistenza.

Dopo la Cripta dei teschi, vi è quella dei bacini: ciò che cattura l’attenzione del visitatore sul soffitto è un rosone, realizzato con sette scapole e dei pendagli di vertebre.

Una volta realizzata con dei tondi di mandibole decorati con vertebre e un paio di motivi floreali grandi ai lati, realizzati con scapole e pendagli di vertebre, è ciò che caratterizza la sala delle tibie e dei femori.

L’unica Cappella che non ha ossa è quella utilizzata per la messa.

Fonte – il cuore di Maria Felice Peretti

Un dipinto del Cappuccino francese Jean François Courtois raffigurante la Madonna e il bambino, insieme a San Francesco, Sant’Antonio da Padova e Felice da Cantalice, troneggia sull’altare. Ai suoi piedi ci sono le anime del purgatorio, che un angelo e dai tre santi purificano con le fiamme.

Due tabernacoli in marmo fiancheggiano l’altare e a sinistra, una teca in piombo contiene il cuore di Maria Felice Peretti, la pronipote di Sisto V, protettrice dell’ordine deceduta nel 1656.

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Cripta dei cappuccini: la leggenda

Mancando i documenti per confermare la tesi su quanto è accaduto, gli eventi sono stati tramandati con un tocco di fantasia.

La narrazione è ambientata in Francia durante gli anni del terrore, quando dei Cappuccini si rifugiarono a Roma per non rinnegare la loro fede in Dio.

Ci sono molte ipotesi che affermano che la Cripta dei Cappuccini sia opera di pazienza di frate o di un genio eretico grottesco o, addirittura, di un uomo dalla forte fede, che scherzava con la Morte nell’ottica della Resurrezione.

Il Marchese De Sade, in merito a questa vicenda, scrisse che il monumento funebre fu opera di un sacerdote tedesco dall’ingegno inglese.

L’ambiente è costituito da un lunghissimo corridoio, circa una trentina di metri, e da sei stanze, nelle quali sono raccolti i resti mortali di circa 3.700 defunti, quasi tutti resti di frati Cappuccini. 

La terra presente in questo cimitero, per tradizione, si dice provenga dalla Palestina o, secondo altre versioni, da Gerusalemme.

Cripta dei Cappuccini: il lato oscuro della capitale

Questo monumento è caratterizzato da una bellezza inquietante, che ha meravigliato per secoli i visitatori che ne hanno assaporato la macabra atmosfera. Davanti a questo scenario non si può far altro che interrogarsi sul significato della vita e della morte.

È una rappresentazione molto forte, non adatta alle persone sensibili e che si impressionano con facilità: è un’esperienza che non lascia indifferente.

Vedere composizioni di varia natura realizzate con ossa umane lascia un segno. Questi resti possono sembrare svuotati da qualunque significato di tipo spirituale ed essere degli oggetti materiali, ma non è così.

I frati, con molta pazienza, hanno donato loro un significato e uno scopo nuovo. Sono, infatti, delle complesse decorazioni dal significato profondamente simbolico, che servono come memento mori e spunto di riflessione.

La visione cruda, e nello stesso tempo artistica, mette il visitatore davanti alla morte e alla speranza della vita eterna.

Img da risorse gratuite (copertina) – Testo by IlPumoGiallo©

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Sono nata nel '77, Avvocato e scrittrice. Appassionata di arte e musica, di letteratura e retorica, di storia e di filosofia, faccio della creatività lo svago dalle mie passioni. Amante delle parole in ogni loro forma, scritta e non scritta, mi piace scrivere perché, citando Cesare Pavese, riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare ad una folla (Cesare Pavese, 4 maggio 1946).

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